Che dietro agli aumenti spropositati dei carburanti ci sia qualcosa di più che non il semplice aumento del costo del petrolio al barile, cresciuto sì ma mai ai livelli che toccò nel luglio del 2008, quando si giunse a sorpassare i 147 dollari per fusto e sia la benzina sia il gasolio non erano neanche lontanamente paragonabili ai livelli di oggi, pare ormai più che un sospetto.
Per frenare l’ondata speculativa, le organizzazioni dei gestori, Faib Confesercenti e Fegica, chiedono ora al Governo l'introduzione di un ‘price cap’ valido per novanta giorni e soprattutto per tutti i distributori italiani. Un provvedimento che non cancellerebbe la liberalizzazione vigente, ma che fisserebbe un tetto massimo in situazioni eccezionali, tipo l’attuale. Il prezzo massimo non sarebbe però deciso in maniera discrezionale dal Governo, bensì sarebbe frutto di un calcolo che partirebbe dal prezzo industriale del 27 febbraio 2026, aggiungendo a questo solo gli aumenti giustificati dal costo del petrolio al barile, dai noli e dal cambio, calcolati su un paniere di riferimenti internazionali e non su una singola quotazione. Poi c’è il coté raffinazione, che ha ovviamente anch’esso un costo, pari a 21 centesimi di euro per la benzina e a 39 per il gasolio: la quota da riconoscere alle imprese verrebbe però in questo caso definita dal Governo.
Insomma, tanta carne al fuoco, con l’obiettivo di alleggerire le spese degli automobilisti da un lato ma anche di salvaguardare le cosiddette ‘pompe bianche’, penalizzate dalle decisioni recenti di Eni, Ip e altri grossi gruppi petroliferi di mettere un tetto massimo ai prezzi dei carburanti alla pompa.
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